Italia: il popolo col cappio al collo mentre Guerra e Politica fanno i loro sporchi comodi

 

5 gennaio 2012 | Autore  |

Mentre il paese sprofonda nella Crisi Economica e il prof. Monti si impone sul popolo chiedendo dei Sacrifici,  lo stenografo al Parlamento viene pagato come il Re di Spagna, i dipendenti del Senato prendono anche la “sedicesima”, e sui costi italiani della Guerra, pur considerati inacettabili, non vengono eseguiti dei “tagli”.  Intanto sento l’ennesima storia di un imprenditore Veneto che si suicida…

“Clienti che non pagano, le banche che chiudono i rubinetti, mentre i debiti, quelli sì, corrono sempre e non dormono mai. Come Equitalia”

Treviso, si suicida un altro imprenditore ‘Veneto Stato’ contro Equitalia: “Strozzini”

Dopo l’ennesima morte di un trevigiano attanagliato dalla crisi economica, i membri dell’organizzazione separatista veneta protestano contro l’agenzia di riscossione delle tasse: “Ce l’abbiamo con i parlamentari giù a Roma. Se la situazione è diventata questa, per cui c’è gente che dopo aver lavorato una vita e che per un debito irrisorio perde addirittura la casa, la colpa è solo loro”.

Al grido di “assassini” rivolto a impiegati e funzionari asserragliati all’interno, un centinaio di attivisti di ‘Veneto Stato’ ha manifestato con cartelli e striscioni (“strozzini di stato italico”) non proprio amichevoli di fronte alla sede Equitalia di Treviso. L’ultima goccia a far tracimare la protesta fiscale è stato il suicidio di un altro imprenditore trevigiano. Che pochi giorni fa si è allontanato da casa per andare a gettarsi in un fiume di montagna zavorrato di pietre proprio nel giorno in cui la sua casa andava all’asta. Aver tentato la fortuna anche in Cina, seguendo gli ultimi dettami dell’imprenditoria nordestina che non dorme mai, non si era rivelato salvifico e i debiti e la conseguente depressione hanno fatto il resto. Anche in sua memoria ardeva uno della decina di lumini accesi di fronte all’ingresso dell’esattoria. Ma è una macabra contabilità per difetto.“Da un conto sommario abbiamo contato almeno 53 suicidi a partire dal 2008” raccontano rabbiosi i ‘venetisti’. Di questi, una ventina sono avvenuti negli ultimi dodici mesi nel solo trevigiano. E trevigiani erano tre degli ultimi quattro imprenditori che si sono tolti la vita nel corso del solo ultimo mese. Numeri da allarme sociale e come tale trattati anche dalla potente Unindustria Treviso che già mesi fa aveva diffuso un appello sui giornali locali invitando i propri associati a non nascondersi e a coinvolgere la stessa associazione nei propri problemi personali. Un’associazione artigiana ha addirittura costituito un team di supporto di psicoterapeuti, anche se “la risposta migliore rimane sempre quella di rafforzare la rete di tenuta economica attorno alle imprese con finanziamenti ad hoc”, diceMario Pozzadella Confartigianato. Nonostante gli appelli e gli aiuti è spesso il sentimento di vergogna a prevalere, anche perché il motto che “fallire nel lavoro equivale a fallire nella vita” è duro a morire nella mentalità di un’imprenditoria orgogliosa di essersi fatta da sé e che vede crollargli il mondo addosso.

“Clienti che non pagano, le banche che chiudono i rubinetti, mentre i debiti, quelli sì, corrono sempre e non dormono mai. Come Equitalia”, ammoniscono i ‘venetisti’ già organizzatori di manifestazioni alle concerie di Arzignano (Vicenza), Verona e Padova. Più che con Equitalia e i suoi uomini “che sono il braccio operativo, lo strumento e ci dicono che loro eseguono solo gli ordini”, gli indipendentisti raccontano che ce l’hanno con “i parlamentari giù a Roma. Se la situazione è diventata questa, per cui c’è gente che dopo aver lavorato una vita e che per un debito irrisorio perde addirittura la casa, la colpa è solo loro”. Colpa di aver portato gli animi all’esasperazione “massima, come la tassazione ormai insostenibile”, dichiara il segretario di ‘Veneto Stato’ Lodovico Pizzati, costruendo un castello di leggi “forti con i deboli e deboli con i forti. Per cui, se hai un debito anche solo di poche centinaia di euro, Equitalia ti porta al fallimento pignorandoti quegli stessi macchinari che ti servirebbero per rimetterti in carreggiata. E magari hai anche dei crediti che però non puoi compensare. Senza dimenticare poi che spesso è questo stesso Stato, così rigoroso e fiscale nel chiedere senza valutare le diverse situazioni, il primo ad essere inadempiente nei pagamenti”. Parole che negli ultimi mesi hanno attraversato l’Italia da Nord a Sud, isole comprese. “, ma in Sicilia non c’è Equitalia. C’è Riscossione Siciliapartecipata dalla Regione”. Quindi cosa cambia? “Che anche noi dobbiamo farci qui la nostra ‘Equiveneto‘”.

 

Disoccupati, 357 suicidi in un anno (+40%)!

La crisi ne ha ucciso uno al giorno. Si suicidano imprenditori, pensionati e chi non ha lavoro. L’Eures ha calcolato che nel 2009 i disoccupati che hanno scelto di togliersi la vita sono stati 357. Quasi uno ogni 24 ore, con un aumento di quasi il 40% in un anno. Sono soprattutto uomini, che con il lavoro e l’autonomia economica sentono di aver perso anche la loro identità. Nel 95% dei  suicidi per motivi economici si tratta di uomini. (Lettera43)

E permettetemelo di dirlo, ma questi sono tutti sulla coscienza dei nostri grandi politici checontinuano a chiedere sacrifici e a martoriare di tasse il popolo, mentre loro navigano sempre più nell’oro (e nella vergogna)! (stopcensura)

 

Ai dipendenti del Senato anche la «sedicesima»

[Link fonte] Il regolamento sul personale del Senato, all’articolo 17 comma 3, la chiama «indennità compensativa di produttività», ma di fatto equivale a una sedicesima mensilità. Cioè una mensilità aggiuntiva rispetto alle già quindici mensilità di cui si compone lo stipendio dei dipendenti di entrambi i rami del Parlamento. Oltre alle classiche tredicesima e quattordicesima riscosse a dicembre e a giugno, i lavoratori di Camera e Senato incassano infatti la quindicesima: una mensilità il cui importo viene spalmato nelle buste paga di aprile e settembre.

A Palazzo Madama, dal 2004 è entrata in vigore un’ulteriore voce: l’indennità compensativa di produttività, per l’appunto. Al Senato nessuno osa chiamarla “sedicesima” e per la verità non si è trattato di una aggiunta netta allo stipendio: come dice la definizione stessa, essa va a compensare dell’altro. In particolare la rinuncia a una serie di festività soppresse e l’incremento – da 37 ore e mezzo a 40 ore settimanali – dell’orario di lavoro nelle sedute d’aula infrasettimanali. Sedute d’aula che tuttavia in alcune settimane dell’anno non sono neppure troppo frequenti. Anche in questo caso l’indennità è spalmata: per metà va a rimpinguare la busta paga di aprile e per metà quella di settembre.

E non è finita qui: la voce è anche «pensionabile» cioè vale anche nel calcolo dell’assegno pensionistico. Un di più per nulla scontato se si pensa che le altre voci che compongono lo stipendio dei dipendenti del Senato sono rigorosamente «non pensionabili»: dall’indennità di funzione alle altre indennità e forme di incentivazione. Ed anche il regolamento della Camera su questo punto è preciso: le indennità speciali «non sono pensionabili».

Benefit che sopravvivono dunque nonostante la cura dimagrante che da alcuni anni la crisi economica ha imposto anche alle istituzioni. Bisogna infatti ricordare che anche il Senato ha imposto “sacrifici” ai suoi dipendenti. Ne ha cambiato ad esempio il sistema di calcolo delle pensioni: dal quest’anno ci sarà il contributivo pro rata per tutti (alla Camera oltre al contributivo per tutti è previsto l’innalzamento a 66 anni dell’età per la pensione di vecchiaia) ed è stato introdotto il prelievo di solidarietà del 15% sulle pensioni per la parte eccedente i 200mila euro annui lordi.

Il bilancio per il 2011 predisposto da Palazzo Madama ha inoltre comportato la mancata applicazione alle retribuzioni del personale dell’incremento del 3,2 per cento. In tutto, sul trattamento retributivo dei dipendenti Palazzo Madama dovrebbe risparmiare 18,85 milioni. Più cospicui, invece, i risparmi messi in cantiere dalla Camera anche perché il maggior numero di dipendenti rispetto al Senato rende più cospicui i tagli.

 

Costi inaccettabili, ma niente tagli per le forze armate italiane

[Link fonte] Roma – Il messaggio di fine anno inviato dal ministro della Difesa Giampaolo Di Paola alle Forze Armate contiene finalmente l’implicita ammissione di una verità di cui i pacifisti e gli analisti più attenti sono consapevoli da tempo: le Forze Armate italiane sono sovradimensionate e bisogna ridurne gli organici. Costano troppo (23 miliardi di euro) e questo anche perché abbiamo troppi soldati e soprattutto troppi ufficiali e sottufficiali.

Nonostante questo, la recente manovra del governo Monti le spese militari non le ha nemmeno sfiorate. Si tratta di spese ingenti che ci mettono sempre tra i primi 10 paesi al mondo per spesa militare. Spendiamo pro-capite più della Germania. Ce lo possiamo permettere?

In tutto, 180mila persone che fanno lievitare i costi delle Forze Armate a livelli incompatibili con la crisi economica che stiamo vivendo. Un dinosauro burocratico dove, in proporzione, abbiamo più generali che nell’esercito degli Stati Uniti, più comandanti (ufficiali e sottufficiali) che comandati (soldati) e che non riesce, con 180mila soldati e graduati, ad assicurare un soddisfacente turn over a 8mila militari che si trovano nelle missioni all’estero. Nelle Forze Armate regnano sprechi ed inefficienza, l’operatività è un concetto vago e la parola “casta” può benissimo essere utilizzata per i privilegi corporativi delle sue gerarchie.

Per non parlare delle commistioni opache con quel via vai di commesse di armi con al centro Finmeccanica, in questo aiutata da ex generali e capi di stato maggiore assunti all’uopo.

Proprio nel messaggio di Di Paola si dice che la ristrutturazione che aspetta le Forze Armate nel 2012 deve essere all’insegna “della operatività e dell’efficienza”, che tradotto in parole povere significa uno strumento militare pronto all’azione nei teatri di guerra, ben armato, integrato appieno nella Nato, pronto a mettersi al servizio di quell’umanitarismo-militare che ci ha visto ben attivi in Kosovo, Iraq e Afghanistan. Non a caso, nonostante la crisi, Di Paola non ha alcun ripensamento sul dispendioso programma dei cacciabombardieri F35 (15 miliardi di euro) e sugli altri sistemi d’arma, né tanto meno su una missione di guerra

come quella in Afghanistan, che ci costa centinaia di milioni di euro l’anno. Il rischio è che si voglia ridurre il personale per destinare le risorse risparmiate ai sistemi d’arma. E’ più che probabile. Invece bisognerebbe ridurre anche le spese per le armi, a partire dai caccia F35: si tratta di un importo che vale la metà dell’ultima manovra di Monti. Perché il rigore deve sempre valere per i pensionati, i lavoratori, i giovani e mai per le armi ed i militari? Perché si può sempre ridurre la spesa per la scuola, la sanità, il welfare e mai quella militare? Si potrebbe benissimo dimezzare del 50%, senza venire meno ai nostri obblighi internazionali. In tutto 13 miliardi: ecco dove trovare i soldi per fronteggiare la crisi.

Che le nostre Forze Armate abbiano poi un ruolo “di pace” nel mondo è discutibile. Almeno per l’Afghanistan, dove è in corso una guerra da dieci anni e i nostri soldati vi sono pienamente coinvolti. Ma se – come dice Di Paola – obiettivo del nostro impegno nelle missioni all’estero è di portare pace, democrazia e sicurezza alle popolazioni civili, sarebbe stato opportuno dedicare un «commosso pensiero» non solo ai nostri militari morti nella missione in Afghanistan, ma anche alle tante vittime civili afgane causate dal nostro intervento e dai nostri alleati. Si tratta di molte persone e non di “effetti collaterali”, la cui vita vale quella come quella dei nostri militari caduti. E, anche per il nostro ministro della Difesa, sarebbe un atto di rispetto ricordarsene in questi giorni festivi di afflato umanitario.

Il ministro della Difesa pensa a un taglio del personale drastico ma per ora le associazioni dei consumatori gia’ protestano per l’acquisto di 131 caccia bombardieri F-35. In realta’ non ci sarebbe nessun contratto secondo il numero di gennaio di Altraeconomia. “Come Italia potremmo fermarci qui, non acquistarli e non prenderci nessuna penale”, spiega il mensile, “risparmiando gli almeno 15 miliardi di euro della fattura d’acquisto”. Il costo successivo di mantenimento di tali aerei arriverebbe poi a 450 milioni.

La raccolta firme su http://www.sbilanciamoci.org «chiede al governo di non comprare i caccia e destinare invece i fondi risparmiati alla garanzia dei diritti dei più deboli ed allo sviluppo del paese investendo sulla società, l’ambiente, il lavoro e la solidarietà internazionale». Venti miliardi di euro (15 per il solo acquisto e altri 5 in parte già spesi per lo sviluppo e le strutture di assemblaggio) e’ la cifra di cui si parla in un momento, sottolineano le organizzazioni, in cui le manovre approvate porteranno gravi conseguenze sui cittadini.

Questa seconda fase della campagna, denominata «taglia le ali alle armi!» è partita nel settembre scorso. Nel corso della prima, erano già state raccolte 19.900 adesioni online, 16.000 firme cartacee e 388 adesioni di organizzazioni.

 

L’Italia aiuta Israele ad esercitarsi ad aggredire l’Iran

[Link fonte] Giochi di guerra nel deserto del Negev per i cacciabombardieri dell’aeronautica militare italiana. Lo scorso 16 dicembre si è conclusa l’esercitazione “Desert Dusk 2011” a cui hanno partecipato venticinque velivoli da guerra delle forze aeree italiane ed israeliane.

Due settimane di duelli, inseguimenti e lanci di missili e bombe, protagonisti gli “Eurofighter” e i “Tornado” dell’Ami e gli F-15 ed F-16 israeliani schierati per l’occasione nello scalo meridionale di Uvda, utilizzato dai charter che trasportano i turisti diretti a Eilat (mar Rosso). L’esercitazione rientra nel programma di collaborazione e coordinamento tra le due aeronautiche finalizzato ad affinare le procedure e le tecniche di azione in missioni di controllo delle crisi (Crisis Response Operations). In Israele sono stati impegnati 150 militari italiani, mentre i cacciabombardieri dell’Ami hanno svolto più di un centinaio di missioni di volo. Alle operazioni hanno pure partecipato alcuni velivoli KC-767A del 14° Stormo di Pratica di Mare (Roma) e C130J della 46ª Brigata Aerea di Pisa.

A fine ottobre erano stati i cacciabombardieri israeliani a sorvolare i grandi poligoni della Sardegna nell’ambito dell’esercitazione “Vega 2011”, a cui hanno partecipato pure le aeronautiche militari di Italia, Germania e Olanda. Per l’occasione, due squadroni con F-15 ed F-16 ed un velivolo radar di nuova produzione “Eitam” erano stati trasferiti dalle basi aeree di Nevatim e Tel Nof allo scalo di Decimomannu (Cagliari), centro di comando e coordinamento dell’intero ciclo addestrativo. “Gli obiettivi delle attività di Vega 2011 sono stati il rafforzamento dell’interoperabilità dei reparti impegnati, il miglioramento della capacità di cooperazione e lo svolgimento di attività tattiche grazie ad operazioni in aree di media scala in un ambiente ad alta minaccia”, hanno riferito le autorità italiane. L’esercitazione in Sardegna è stata seguita con particolare interesse dalla stampa di Tel Aviv: le spericolate missioni di volo sarebbero state finalizzate infatti a simulare un attacco agli impianti nucleari iraniani.

Oltre alle recentissime esercitazioni, nel corso di quest’anno si sono registrati importanti incontri tra i massimi responsabili delle forze aeree d’Italia ed Israele. Il 7 e l’8 febbraio, il sottocapo di Stato maggiore della IAF, generale Nimrod Sheffer, ha incontrato a Roma l’omologo italiano, generale Maurizio Lodovisi, per “approfondire i processi di trasformazione in atto nelle due aeronautiche, le esperienze maturate nei rispettivi teatri di operazione e le future attività addestrative”. Il successivo 14 giugno, è stato il comandante delle forze israeliane, generale Ido Nehushtan, a giungere in Italia in missione ufficiale. Dopo aver incontrato il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Giuseppe Bernardis, Nehushtan ha raggiunto gli aeroporti di Pratica di Mare, Lecce e Grosseto per una “visita” ai reparti militari ospitati.

Secondo quanto riportato dal sito specializzato Dedalo News, i colloqui al vertice “hanno riguardato i principali programmi di cooperazione tra i due paesi, con particolare riferimento all’uso degli UAV (velivoli a pilotaggio remoto), alla gestione logistica integrata del velivolo Joint Strike Fighter (JSF), di futura introduzione, e al velivolo d’addestramento M-346, nei confronti del quale l’aeronautica israeliana ha manifestato un certo interesse in previsione della sostituzione degli A-4 Skyhawk attualmente in linea”. L’interesse all’acquisto dei nuovi mezzi prodotti da Alenia Aermacchi è stato confermato dai principali quotidiani di Tel Aviv. Haaretz, in particolare, ha riferito che l’impresa del gruppo Finmeccanica avrebbe già firmato un accordo preliminare, a cui dovrebbe seguire presto la fornitura all’Italia di velivoli senza pilota e aerei radar di produzione israeliana.

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