I PADRONI del CLIMA: l’eredità di W. REICH

10 febbraio 2012 | Autore  | Stampa articolo Stampa articolo

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PADRONI del CLIMA: l’eredità di W. REICH
di Roberto Maglione

Verso una scienza orgonomica dell’atmosfera che faccia fronte ai tanto temuti spauracchi della siccità e dell’inquinamento. Per “colpa dell’etere” grandi ricercatori hanno vissuto un destino scientifico irto di ostacoli o a malapena riconosciuto: Tesla per es., W. Reich – in quanti sanno dei suoi inediti – Giuseppe Calligaris, e chi conosce il grande lavoro di Ighina?

Il clima, la meteorologia e la formazione degli eventi atmosferici hanno interessato Reich (medico ricercatore, allievo di Sigmund Freud) sin dai tempi della scoperta nell’atmosfera di un nuovo principio energetico, che non seguiva le leggi della fisica tradizionale, avvenuta agli inizi degli anni ’40.

In precedenza, studiando il comportamento degli esseri umani, Reich vide che questa energia, che chiamò orgonica, era presente e fluiva all’interno dell’organismo. Successivamente ampliando l’interesse dei suoi studi e delle sue ricerche verso la biogenesi e le origini della vita, constatò che si poteva trovare dappertutto in natura, invalidando in questo modo l’assunto di Einstein che tutta l’atmosfera ed il cosmo erano vuoti e privi di energia.

 

Fondò l’orgonomia che era la scienza che studiava il comportamento di questo nuovo principio energetico presente in natura. Egli vide che esso seguiva alcune leggi fondamentali e possedeva peculiarità che lo differenziavano dalle energie allora conosciute come l’elettricità, il magnetismo, la gravità, e quella nucleare.

Oltre alla sua universale presenza osservò che l’energia orgonica, contrariamente a quello che stabilisce il terzo principio della termodinamica, fluisce sempre da un sistema a potenziale più basso ad uno a potenziale più alto oppure, come Reich stesso soleva spesso definire, da sistemi energeticamente più deboli a sistemi energeticamente più forti.
Questa legge si può osservare in natura sia negli organismi viventi, evidenziato dal mantenimento di una temperatura interna maggiore di quella dell’ambiente esterno, che nei sistemi inerti come l’attrazione gravitazionale. In entrambi i casi il sistema a potenziale più elevato assorbe od attrae energia orgonica dal sistema a potenziale minore.
Vide inoltre che l’energia orgonica era facilmente condotta dai metalli ed aveva una elevatà affinità con l’acqua che la attrae, la assorbe e la trattiene.

Un’altra delle scoperte più importanti, che sta alla base della formazione dei fenomeni atmosferici, fu la determinazione di un involucro di energia orgonica tutt’attorno alla superficie terrestre. Egli constatò che questo ruota alle nostre latitudini, da ovest verso est, con una velocità leggermente maggiore di quella della rotazione terrestre. Questo involucro ricopre tutta la superficie del globo, per uno spessore di migliaia di metri, e si propaga nell’atmosfera verso lo spazio, fino a confluire nella corrente orgonica galattica, che scorre oltre il campo gravitazionale del pianeta. Reich vide che questa seconda corrente fluiva da sud-ovest verso nord-est e formava, con il piano equatoriale terrestre, un angolo di 62 gradi.

In base a questi semplici principi e proprietà, Reich creò all’inizio degli anni ’50 una vera e propria scienza dell’atmosfera all’interno dell’orgonomia che venne chiamata CORE(Acronimo di Cosmic Orgone Engineering) o più semplicemente Cloudbusting. Lo scopo fondamentale di questa tecnica era quello di ripristinare la naturale pulsazione atmosferica che caratterizza il ciclo sole/pioggia. Nel caso tale ciclo è inibito o interrotto si possono creare le condizioni favorevoli per lo sviluppo della siccità, dell’aridità e della conseguente formazione dei deserti. Con questa metodologia Reich si proponeva di far regredire le condizioni aride o desertiche di una determinata zona intervenendo in quelle zone dell’atmosfera dove il flusso di energia era bloccato. In questo modo poteva essere ripristinato il flusso naturale di energia rendendo quindi possibile il recupero del ciclo ritmico (pulsatorio) sole/pioggia che caratterizza un ambiente sano.

L’acchiappanuvole
Il cloudbusting è basato sull’utilizzo di un’attrezzatura chiamata cloudbuster. E’ uno strumento di semplice costruzione che, se utilizzato seguendo certe procedure operative, può cambiare le condizioni atmosferiche, qualunque esse siano: si può creare e dissolvere nubi, far piovere, far nevicare, creare venti, deviare il corso di uragani, diminuire le temperature e quindi eliminare lo smog, ridurre la siccità, combattere l’avanzare della desertificazione, etc. Non necessita di additivi chimici, di particolari attrezzature o di sistemi nuvolosi preesistenti come richiedono invece altri metodi di intervento come il cloudseeding.

Il cloudbuster è sostanzialmente un apparecchio in grado di assorbire l’energia orgonica dell’atmosfera, qualunque ne sia il suo potenziale. L’area assorbita perde gradatamente energia a favore di altre aree circostanti, modificando in questo modo le concentrazioni originarie.

Nell’ideare questo strumento, Reich si ispirò al funzionamento del parafulmine. Per Reich, il fulmine non è altro che una scarica di energia orgonica dall’atmosfera che avviene in un brevissimo intervallo di tempo ed in uno spazio limitatissimo. Durante la scarica esso segue il principio dei potenziali orgonomici, cioè del flusso di orgone dal sistema energetico più debole a quello più forte, che, in questo caso, è dato dalla superficie terrestre.

Il cloudbuster si differenzia dal parafulmine per alcuni aspetti fondamentali. Il suo obiettivo non è quello di attrarre e scaricare a terra i fulmini, ma di sottrarre, in modo graduale, cariche di energia orgonica dall’atmosfera o dalle nubi. Queste cariche vengono assorbite lentamente, a piccoli quantitativi, e non sotto forma di un’improvvisa scarica, e convogliate in acqua, e non a terra come nel parafulmine.

Gli esperimenti al tempo di Reich
Tra il 1952 ed il 1956, Reich effettuò negli Stati Uniti oltre un centinaio di operazioni, mirate soprattutto a portare pioggia in zone che stavano soccombendo per la siccità. Pubblicò gran parte dei risultati ottenuti sulla rivista CORE.
Molte di queste operazioni, chiamate OROP(orgone operation)ebbero luogo nel Maine, soprattutto nelle aree circostanti Rangeley. Altre invece, furono effettuate in prossimità di diverse città della costa dell’Atlantico, come New York, Philadelphia, Washington e Savannah, e soprattutto, la più importante, fu realizzata nel deserto dell’Arizona, presso Tucson.

In una occasione, intervenne per indebolire e deviare il corso dell’uragano Edna, che stava minacciando le coste del Maine, verso l’oceano Atlantico. In un ultimo caso effettuò un’operazione per ritardare la pioggia, che minacciava tutta l’area di Rangeley, per favorire la realizzazione di una parata organizzata per i bambini della zona.
Nella gran parte degli esperimenti effettuati ottenne i risultati previsti. Questi venivano valutati in base alle previsioni meteorologiche ufficiali del giorno dell’intervento. In modo da avvalorare i risultati ottenuti, questo veniva scelto quando il bollettino prevedeva assenza di pioggia sulla zona per almeno i due giorni successivi. In operazioni più complesse, come quelle eseguite per abbattere la siccità lungo le coste dell’Atlantico e per ridurre l’avanzamento della desertificazione in Arizona, oppure per deviare il corso dell’uragano Edna, si servì dei dati ufficiali delle precipitazioni fornite dal US Weather Bureau.

Dopo la morte di Reich (1957), le più importanti attività di ricerca sono state condotte da Richard Blasband, Robert Morris, Courtney Baker, John Schleining, Jerome Eden e James DeMeo.

In questo periodo sono stati effettuati esperimenti soprattutto nelle zone più aride e desertiche degli Stati Uniti. Questi sono stati eseguiti sempre seguendo un metodo rigorosamente scientifico. Sono state utilizzate le immagini da satellite, monitorati tutti i parametri atmosferici e valutati tutti i risultati con metodi statistici.
Nel 80% dei casi si è avuta pioggia, riduzione della siccità e della desertificazione, abbondanti nevicate in zone montane (per scopi turistici), e deviazione del corso di uragani.
Parallelamente alle sperimentazioni, uno degli argomenti più importanti che si cercò di sviluppare, è la determinazione di metodi per una valutazione scientifica dei risultati, in modo da verificare se il cloudbusting effettivamente riusciva a mutare le condizioni atmosferiche o, i cambiamenti che intervenivano, erano dovuti solamente a variazioni naturali e spontanee dell’atmosfera.

Uno dei più grossi problemi nella ricerca sui metodi di intervento sul clima è quello di stabilire controlli adeguati. In generale, questa è una problematica tipica di tutti i campi di ricerca ma, soprattutto in meteorologia, è particolarmente difficile stabilire condizioni di laboratorio che possano simulare perfettamente le condizioni esistenti su larga scala. Quindi, la validazione di campo rimane quasi sempre l’unica via per poter dimostrare l’efficacia di un’operazione. Tuttavia, per validarne l’effetto e determinarne l’efficacia, è necessario effettuare parecchie operazioni, eseguite per un certo numero di anni, per periodi prolungati e sempre nello stesso punto.

Pioggia nel deserto
Fra coloro che attualmente portano avanti ricerche in questo settore a livello mondiale, il più importante è James DeMeo, che dirige un Istituto di ricerca nell’Oregon (USA). I risultati dei suoi esperimenti stanno fra l’incredibile ed il grandioso. Ha effettuato, con l’aiuto di fidati collaboratori quali Bernd Senf, Carlo ed Aurelio Albini e gli stessi Robert Morris Richard Blasband, esperimenti nelle zone più aride e desertiche del pianeta, come il deserto dell’Arizona, Namibia, Eritrea, ed Israele. In tutti questi casi ha prodotto abbondanti quantità di pioggia.

Fra gli interventi più importanti intrapresi da DeMeo vi è quello effettuato nel 1989 con lo scopo di studiare sia gli effetti a lungo termine del cloudbusting sul clima e sulla vegetazione del deserto del sud-ovest degli Stati Uniti che l’espansione geografica di tali effetti. L’operazione consistette di cinque brevi interventi, intervallati da un periodo di 3 _ settimane, nel quale tutte le attività operative venivano sospese.

Il risultato del ciclo di sperimentazioni fu senza dubbio positivo. I dati raccolti indicarono che quattro dei cinque interventi furono seguiti da significative piogge, non imputabili al caso od a condizioni atmosferiche pregresse. Si ebbe una percentuale di successo del 80%, che confermava quella già osservata in studi precedenti. Inoltre la quantità di pioggia caduta dopo le operazioni fu circa il doppio di quella avutasi prima degli interventi. Infine il tempo trascorso tra l’inizio delle operazioni e la caduta della prima pioggia è stato più breve (circa un giorno) per la California e più lungo (circa 4 giorni) nelle regioni aride e desertiche dell’Arizona.

Un altro importante progetto intrapreso da DeMeo verso la seconda metà degli anni ’90 è il Green Sea Eritrea, che senza dubbio è stato quello che più di ogni altro ha confermato l’efficacia del cloudbusting quando utilizzato per produrre pioggia e combattere la siccità e l’aridità. DeMeo, con l’aiuto di un gruppo di collaboratori provenienti da Europa, Stati Uniti ed Eritrea, effettuò interventi in Eritrea, al confine sud orientale con il deserto del Sahara. Il progetto fu organizzato con il pieno appoggio del governo Eritreo ed il supporto finanziario del Ministero Eritreo dell’Agricoltura. Per cinque estati, a cominciare dal 1994, furono effettuate ogni anno due spedizioni separate, utilizzando in alcuni casi, fino a tre cloudbuster in contemporanea situati in punti differenti del territorio.

A seguito delle operazioni si ebbe un marcato aumento delle precipitazioni nella quindicina di giorni successiva le operazioni di oltre il 50%. Un t-test di probabilità delle precipitazioni e delle distribuzioni mostra un valore di p- R. Maglione: The Healing of the Atmospheres, Natural Energy Works, Ashland , Usa , Maggio 2007.
– N. Glielmi, M. Fontana, R. Maglione, T. Valleri: Argomenti Reichiani, Edizioni Andromeda, Bologna, Luglio 2007.

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