Fischi all’inno, anche lo sponsor ci ha messo del suo

da “Il Mattino”, un retroscena che non stupisce

La compagnia telefonica “garibaldina”, con i suoi spot risorgimentali, aveva calcato la mano ed era chiaro sin dal principio. L’effetto di simili campagne pubblicitarie ricche di retorica e, soprattutto, offese verso una certa etnia è stato sottovalutato soprattutto alla luce del fatto che l’azienda era lo sponsor delle principali manifestazioni calcistiche nazionali. Sui responsabili sono piovute vibrate proteste nelle scorse settimane ma l’ufficio stampa dell’azienda, pur prendendo atto di essere stata involontariamente indelicata, ha ritenuto di proseguire la programmazione puntando sull’ironia del progetto.
Ebbene, da IL MATTINO del 26 Maggio cogliamo e ripubblichiamo la lettera di un lettore che fornisce, ovemai ve ne fosse ancora il bisogno, ulteriore testimonianza del fatto che i fischi all’inno nazionale da parte dei napoletani non sono frutto di una qualche incosciente follia ma un atto ben cosciente di reazione al razzismo e alla reiterata offesa quarantennale negli stadi e centocinquantennale fuori, quest’ultima proveniente anche dalla proiezione in tv e negli stadi di uno spot che, come al solito, ha distorto i reali accadimenti storici scontrandosi con una sempre più inarrestabile consapevolezza degli stessi napoletani (e meridionali) non più disposti a subire bugie e offese.

“Cori razzisti degli juventini”
Mimì Ranucci (Napoli)
Il Mattino, Sabato 26 Maggio 2012 – pagg. 12 

Ero in curva a Roma la sera della finale di Coppa Italia, sin dalle 17, insieme alle prime migliaia di tifosi napoletani che incominciavano ad affollare lo stadio olimpico. Dalle 17 alle 21 abbiamo subito l’insopportabile visione di quel becero spot della Tim in cui Garibaldi induce i borbonici alla resa, previa paghetta di sms gratuiti. Ad ogni visione i tifosi juventini inveivano con cori razzisti nei nostri confronti. Per 4 lunghe ore i “piemontesi”, ispirati dal suddetto spot, hanno pensato di insultarci anche in quanto “borbonici”. Questa è stata l’escalation che ha prodotto una tensione culminata nei fischi all’inno di Mameli. Ciò solo per chiarire i fatti. L’episodio non giustifica la responsabilità del gesto dei “borbonici”, ma nemmeno la volgarità intellettuale dello spot.

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LE RICERCHE/Caccia ai segreti del comandante, le teste di cuoio nella sua cabina

di Nino Cirillo

ISOLA DEL GIGLIO – Altre cariche di esplosivo erano già pronte, per aprirsi altri varchi nella pancia della Costa Concordia, quando è arrivato secco il contrordine: la nave s’è mossa ancora, tutti fuori, ricerche sospese. Erano le nove del mattino di una giornata finalmente serena, con il mare piatto, eppure l’enorme imbarcazione da cinque giorni spiaggiata davanti a Punta Gabbianara aveva perso il suo equilibrio, un precario equilibrio.

S’era spostata in orizzontale di almeno un metro, avrebbero spiegato i tecnici più tardi sulla base dei sensori elettronici piazzati in acqua, molto di più rispetto ai nove centimetri dell’altra mattina.
Sono rientrati tutti i sommozzatori in porto (uno è stato anche colto da un lieve malore) ed è iniziata una lunga riunione dell’unità di crisi, nella speranza che si potesse riprendere presto, per guadagnare qualche ora sul brutto tempo comunque in arrivo.

Invece niente. Alle otto di sera era ancora tutto fermo: perso il suo punto di stabilità sul fondale, evidentemente, la nave non l’ha più ritrovato, continuando a dondolare anche se di poco, rendendo rischiosa oltre il limite ogni nuova missione. E questo potrebbe essere solo l’assaggio, perché se il mare s’alza davvero -per questo pomeriggio sono previste onde alte più di due metri- torna l’incubo dello scalone, cioè la concreta possibilità che la Costa Concordia, oggi adagiata a 35 metri di profondità, finisca per inabissarsi poco più in là dove il mare diventa profondo il doppio.

Sospese le ricerche, è ricominciato il balletto delle cifre attorno ai dispersi. Dei cinque corpi recuperati martedì mattina dalla guardia costiera, uno finalmente ha avuto un nome: Sandor Feher, violinista ungherese di 40 anni, componente dell’orchestra di bordo e quindi inserito tra i quattro membri dell’equipaggio dati per dispersi. Poi in Germania, una donna si è fatta viva, e così i cittadini tedeschi passeggeri della Concordia di cui non si ha ancora notizia sono scesi a dodici. A sera il bilancio ufficiale veniva per l’ennesima volta ritoccato: undici morti accertati e ventuno persone disperse.

I dispersi. A centoventi ore da quell’incredibile urto contro gli scogli, non si hanno ancora notizia né di William Arlotti da Rimini e della sua piccola Daiana, né delle due signore siciliane e neppure del pianista di bordo Antonio Girolamo e della giovane mamma biellese Maria D’Introna. Li hanno visti tutti arrivare, e vagare stravolti per le stradine attorno al porto, i parenti di Antonio, gli amici di Maria, aggrappati a un filo di speranza fin troppo sottile.Con lo stesso traghetto, avvolti in cappotti neri, sono arrivati anche i genitori e la sorella di Erika, peruviani di Trujillo. E’ stato il padre a prendere brevemente la parola: «Nostra figlia non c’è più e il comandante Schettino è a casa sua».

Nel pomeriggio, al riparo da ogni curiosità, con le ricerche ufficialmente sospese, si sono calati in acqua gli uomini del Gis dei carabinieri, le teste di cuoio. Con obbiettivi miratissimi. Alle Scole, sul punto d’impatto tra la roccia e la nave, hanno fatto altri rilievi, ma soprattutto si sono dedicati alla nave.
Stanno cercando di recuperare il possibile dalla cabina del comandante Schettino, la sua cassaforte, i documenti, il computer, ogni elemento che possa servire a spiegare le sue assurde mosse nella notte del disastro. Questa cabina si trova fuori dell’acqua, ma non è affatto semplice da raggiungere, e i risultati di quest’incursione sono ovviamente ancora segreti. Altre operazioni coperte debbono essere state effettuate nel pomeriggio, altrimenti non si capirebbe il perché a tutte le imbarcazioni in acqua, anche a quelle militari, poco dopo le 15 è stato dato l’ordine perentorio di spegnere gli ecoscandagli e di rinunciare a ogni altro strumento di rilevazione elettronica.

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