USA: Grandi manovre per applicare la Dittatura

31 ottobre 2012 | Autore | Stampa articolo Stampa articolo

Questo è il bello che può permettersi uno Stato di Polizia, possono applicare qualunque legge che vada contro ogni diritto dei cittadini usando la solita litania del salvaguardare la loro vita e la salute.

Certo che questi temporali sono come la manna caduta dal cielo per poter applicare certe leggi che in un periodo di calma non sarebbe possibile applicare. Vi ricordate con l’uragano Katrina?

Quella volta fu la più grande manovra che il governo USA fece per disarmare tutti coloro che avevano un’arma in casa, furono impiegati soldati regolari ed eserciti privati per raggruppare i cittadini come mandrie di pecore e buoi e cacciarli fuori dalle loro case. Adesso con questo uragano Sandy hanno la possibilità di provare l’ultima parte del piano che dovrebbe spingere gli USA a una guerra civile e confermare Obama ancora una volta come presidente, quale altra migliore occasione per sbarazzarsi da tutti i problemi che ci sono nell’affrontare gli “avversari” che come dice lui lo vogliono più morto che vivo, è tutto uno Show prefabbricato come è stato fabbricato l’uragano Sandy, credo che avete letto quali siano gli ordini impartiti dal Fùhrer. Continua a leggere

Annunci

Tecnologia proibita

Per una visione panoramica sulle tecnologie “aggressive” e possibilità di difendersene vedi – con beneficio di inventario / look with caution to – MIND-WEAPON * Vedi inoltre la nuova / look at SITEMAP
Articolo di Andrea Giotti (ingegnere, dottore di ricerca e docente)
L’argomento del controllo mentale di singoli individui da parte di non meglio precisate agenzie è spesso oggetto di scetticismo da parte del grande pubblico, in quanto la scienza ufficiale non contempla che tecniche di manipolazione assai limitate come ipnosi, messaggi subliminali e così via. È peraltro noto che la storia del secolo scorso conta numerosi progetti segreti, almeno all’epoca della loro realizzazione, che testimoniano un costante interesse su questo argomento da parte dei principali governi e dei rispettivi servizi segreti. Tra tutti, un esempio particolarmente noto è il progetto MKULTRA della CIA, ma anche i sovietici compirono numerose sperimentazioni in proposito e non esiste servizio al mondo che non sappia come riconoscere o peggio causare un blocco psicologico in un testimone scomodo. I risultati degli esperimenti condotti nel contesto di tali progetti non sono quasi mai stati resi noti al grande pubblico nella loro completezza, perché le tecniche di controllo mentale che hanno consentito di mettere a punto costituiscono una terribile arma nei confronti delle libertà individuali ed ogni soggetto che ne disponga desidera mantenerne il monopolio. Il “lavaggio del cervello”, la creazione di “candidati manciuriani” e quant’altro non sono temi destinati a comparire in testi di psicologia o articoli di giornale, nondimeno possono essere terribilmente concreti ed insinuare legittimi sospetti nella mente di coloro che si interrogano su inquietanti fatti di storia recente, come l’assassinio del presidente Kennedy, o di cronaca, come le ultime stragi compiute nel mondo da apparenti squilibrati. Continua a leggere

USA: MALATTIE DALLO SPAZIO

 

21 ottobre 2012 | Autore  | Stampa articolo Stampa articolo
Articolo di Gianni Lannes
La realtà ha superato da un bel pezzo la fantascienza, anche se i negazionisti – a pagamento o che leggono al massimo il bignami wikipedia, ossia la bibbia del “minus habens” del terzo millenio – fanno i salti mortali ammantandosi di ridicolo. E’ una dimensione sconosciuta nonostante si stia materializzando sempre più sotto i nostri occhi (distratti) un nuovo mondo artificiale. A parte l’inquinamento quotidiano delle striature chimiche nei cieli del globo terrestre provocato da velivoli prevalentemente sotto l’egida della Nato, l’aspetto più preoccupante è quello invisibile ai comuni mortali. La guerra ambientale scatenata sotto traccia in particolare dal governo degli Stati Uniti d’America – ma anche dalla Russia – è in grado di provocare mutamenti climatici epocali mediante una tecnologia sconosciuta ai profani (sviluppata dagli anni ’50). Ecco un’altra puntata del nuovo ordine mondiale che mira alla drastica riduzione della popolazione planetaria con vari mezzi ed artefici.

Quale migliore vettore della Natura? Infatti, non crea sospetti. Le tempeste di sabbia che imperversano sul pianeta Terra sono diventate all’insaputa dell’umanità, il mezzo dei contagi globali. Le polveri infette trasportate dai venti sono considerate uno dei grandi pericoli per la salute. «Abbiamo calcolato attraverso Continua a leggere

RICOLLEGARSI E DARE UNA BUONA NOTIZIA….NON HA PREZZO! PER TUTTO IL RESTO….C'E' MASTERCARD!!

12 ottobre 2012 | Autore |

Qualche ora prima della manifestazione nazionale contro l’installazione del terminale terrestre del Muos, il nuovo sistema satellitare delle forze armate Usa, su richiesta della Procura della Repubblica di Caltagirone, a conclusione di indagini avviate nel luglio del 2011, sono stati sequestrata perviolazione delle leggi sull’ambiente l’area e gli impianti del sistema di comunicazioni “Mobile user objective sistem” (Muos) della stazione “Naval radio transmitter facility” (Nrtf) delle Forze Armate Usa in Sicilia. (E’ HAARP decentrato sul Mediterraneo)

La stazione radio statunitense sorge in di contrada Ulmo ed è stata costruita  all’interno della riserva naturale della Sughereta di Niscemi (Caltanissetta), area a inedificabilità assoluta e sito di interesse comunitario.

Il Wwf è soddisfatto e in un comunicato sottolinea di essere «Più volte intervenuto nei mesi scorsi sulla vicenda insieme al comitato No Muos, segnalando non solo il grave danno ambientale che l’impianto ha sul delicato equilibrio della riserva naturale, ma anche i gravissimi rischi per la   salute  dei circa 500.000 cittadini che abitano in prossimità della stazione radio. Già adesso infatti questa consta di 42 antenne impiantate   dalla Marina statunitense   che ha emissioni radio superiori ai limiti consentiti dalla normativa vigente.

La realizzazione del nuovo impianto Muos, bloccato dal sequestro della magistratura e consistente in tre grandi antenne paraboliche per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari e due trasmettitori elicoidali  per il posizionamento geografico, purtroppo già autorizzati dalla Regione Sicilia,  rischia pertanto di aumentare notevolmente l’impatto delle emissioni elettromagnetiche sulla salute dei cittadini».

Gli stessi motivi che recentemente avevano spinto la Commissione parlamentare sull’uranio impoverito, dopo l’audizione dell’11 settembre scorso dei sindaci di Niscemi e di Vittoria,  dei rappresentanti dei Comitati No Muos, a richiedere alle autorità competenti «Una moratoria per l’installazione del sistema Muos, in applicazione del principio di precauzione, in attesa di acquisire la certezza che la sua installazione non sia dannosa alla salute dei cittadini».

Su PeaceLink Sandro Rinnone, del comitato No Muos di Niscemi, ricorda che «Insieme alle associazioni ambientaliste e ad alcune amministrazioni comunali abbiamo denunciato, filmato e documentato gli scempi commessi dalle imprese aggiudicatarie dei lavori. Abbiamo pure fortemente contestato le modalità con cui la Regione siciliana ha autorizzato l’esecuzione di opere formalmente vietate dai decreti istitutivi della Riserva naturale orientata “Sughereta”. Ma in quei cantieri sono state violate pure le normative antimafia, consentendo a una impresa locale di effettuare gli sbancamenti e la costruzione delle piattaforme del Muos nonostante fosse stata privata del possesso del certificato antimafia perché ritenuta contigua alle organizzazioni criminali locali. Dopo l’intervento dell’autorità giudiziaria e lo straordinario successo della manifestazione di sabato,  il Governo deve assumersi le proprie responsabilità revocando le autorizzazioni all’installazione e imponendo alle forze armate statunitensi lo smantellamento delle strutture già esistenti, restituendo l’area alla popolazione per fini di pace. Se ciò non dovesse avvenire, il Movimento No Muos darà vita ad una campagna nazionale di disobbedienza civile affinché siano ripristinati i principi di sovranità nazionale e del diritto a un futuro libero dalle guerre». FONTE:

Guerra di robot: uno scenario possibile per gli USA nel 2025.

Gli specialisti hanno immaginato come il Pentagono applicherebbe le tecnologie moderne in un’eventuale guerra futura.
In un collegio militare dello stato nordamericano della Pennsylvania si è tenuto un incontro a porte chiuse nel quale si è discusso in merito ai possibili scenari di una eventuale guerra tra gli USA e un nemico fittizio nel 2025, con l’uso di tecnologie avanzate.
Di fatto, l’incontro, tenutosi sotto l’epigrafe NextTech Workshop, è stato un video game di guerra di due giorni organizzato dalla compagnia australiana Noetic. Si tratta del secondo evento di una serie di quattro incontri dedicati alla ricerca su “come le future scoperte in diverse aree tecnologiche potrebbero essere usate in determinati scenari”, secondo la Noetic.
Il primo incontro della serie, che si è tenuto a Washington a giugno, si focalizzava sulle seguenti tecnologie: robotica, software, energia guidata, biotecnologie e stampe 3D. Il secondo incontro era dedicato alla possibile applicazione militare di tali tecnologie.
Tra i partecipanti del gioco di guerra c’erano funzionari civili, scienziati, ricercatori, ingegneri e ufficiali dell’Esercito, la Forza Aerea, la Marina da guerra USA e militari australiani.
Secondo le regole del gioco, un rappresentante della Noetic descriveva uno scenario e dopo gli esperti nelle diverse aree spiegavano che tipo di armi i partecipanti potevano usare per lo scenario scelto.
Robot spie e robot killer fanno il “lavoro sporco”.
In base al primo scenario, i giocatori dovevano agire in una città piena di carri da guerra nemici. In questa situazione hanno optato di dispiegare un primo esercito composto da robot e droni equipaggiati con missili allo scopo di isolare e disarmare il nemico. Prima i droni, simili a quelli che usa il Pentagono in differenti parti del mondo, dispiegano nel cielo a caccia del nemico. Dopo apparivano droni spia per localizzare le loro posizioni.
Suvvessivamente i microdroni, della misura di un insetto, entravano nel campo di battaglia e divoravano i pneumatici dei veicoli nemici togliendo loro la possibilità di far rifornimento di ogni tipo. Allo stesso tempo altri piccoli robot sorvolavano l’esercito nemico incitandoli a consegnarsi attraverso messaggi sonori. Quelli che non si arrendevano venivano attaccati e distrutti dalle bome e missili dei droni.
Solo dopo che il nemico veniva sconfitto, la fanteria statunitense entrava nella città.
I giocatori hanno calcolato che lo sviluppo e mantenimento di un esercito composto da robot costerebbe un miliardo di dollari, più di quanto costa un esercito formato da persone e che ci sarebbe bisogno di una riorganizzazione completa delle Forze Armate del paese.
Non bisogna, però, escludere che si possa materializzare il peggior incubo di alcuni e di uno degli argomenti più frequenti nei film di fantascienza e che i robot si sollevino e armi in mano attacchino i loro creatori. Continua a leggere

IL MIO INCUBO DI MEZZA ESTATE


VINCENZO MORVILLO
ilmanifesto.it

Ore 3.00 del mattino. Notte di ferragosto. In un locale del centro storico di una Napoli semideserta, il Vecchio Perditempo, una trentina di persone ascolta musica, balla, flirta, beve qualcosa: insomma si diverte. A qualcuno però, evidentemente, questa cosa non piace, ed ecco arrivare una macchina della polizia municipale. Gli agenti dicono di essere stati chiamati da chi, a causa della musica troppo alta, non riesce a dormire; e ci può anche stare. Il problema è che, sin da subito, assumono un tono un po’ arrogante, provocatorio, insomma non consono a quella circostanza ferragostana e di sostanziale festa.

In pratica, sarebbe bastato forse chiedere di abbassare un po’ la musica. E invece, gli agenti sembrano voler andare oltre: entrano, accusano i proprietari, dicono di voler effettuare controlli. A quel punto, uno dei presenti, Vincenzo Morvillo, giornalista pubblicista, responsabile cultura provinciale della FdS di Napoli e membro del collegio di garanzia, gli si oppone e chiede, dopo aver mostrato il tesserino dell’ordine per identificarsi, il motivo di quella perquisizione e di poter presenziare alla stessa. Gli agenti, allora, fanno uscire tutti, compreso Morvillo, che però non ci sta e continua a protestare vivacemente si, ma servendosi del democratico strumento della parola. Anche i vigili, però, non mollano e gli chiudono la porta del locale in faccia, lasciandolo sulla strada con gli altri. Morvillo cerca di riaprire la porta per rientrare e il vigile che è dietro gli si oppone nuovamente. Entrano in contatto e si tirano leggermente per un braccio. Nel frattempo, arriva un’altra macchina. I vigili che scendono chiedono spiegazione di quanto stia succedendo, Morvillo protesta anche con loro e, a quel punto, viene portato in macchina e messo in stato di fermo.

Per la cronaca, Vincenzo Morvillo è l’estensore del presente articolo e, il sottoscritto, quella sera, stava festeggiando anche il suo quarantaquattresimo compleanno. Non mi aspettavo certo di passare il resto della notte e metà di quel “fausto” giorno tra il comando della polizia municipale di Capodichino, l’ospedale Loreto Mare, dove mi sono sottoposto volontariamente all’alcolemia, e il palazzo di giustizia, aula 416, dove sono stato tradotto in manette, messo dietro le sbarre, processato per direttissima e condannato a 6 mesi. Ma certo, con sospensione della pena!

Ma andiamo per ordine. Quando sono stato fermato e fatto salire in macchina, mi è stato detto che mi sarei ricordato del compleanno. Ovviamente, ho risposto se volessero rinverdire i fasti della Diaz, ma non c’è stata aggressione. Arrivato al comando, sono stato fatto accomodare in una stanza dove, per circa mezz’ora, sono stato tenuto d’occhio da due, tre agenti che, dato che dicevo di non capire quale grave reato avessi commesso per trovarmi in quella incresciosa situazione, e che era mio diritto fare una telefonata, mi ricordavano che io, in quel frangente, non avessi diritti. Anche qui, come in macchina, ho fatto cenno –con un po’ di ironia, non nascondo- ai fatti di Genova, visto che il clima non mi sembrava, almeno all’inizio, troppo sereno. Comunque, le acque dopo un po’ si sono calmate ed è arrivato un agente più anziano, col quale ho chiacchierato per un’altra mezz’ora. Poi, uno degli agenti che mi avevano fermato mi ha riferito che era stato avvisato il magistrato e che questi aveva formalizzato l’arresto. Stupito, ho detto che la cosa mi sembrava incredibile ed eccessiva, visto che avevo solo tirato per una manica un collega e che, se le cose stavano così, volevo fare una telefonata per avvertire un avvocato, ma nessuno mi ha dato ascolto. L’incubo era cominciato ed io non me ne rendevo conto. Quindi, mi è stato chiesto se volessi fare l’alcolemia al Loreto Mare, dicendomi, come da prassi, che avrei anche potuto rifiutare. Ho acconsentito e così siamo andati in ospedale, dove mi è stato fatto un prelievo di sangue. Il referto parla di soggetto lucido, presente a sé stesso, che sa dove si trova e collaborativo. Si sospetta –ma cosa vuol dire?- uso di alcool. Tornati quindi al comando, sono stato messo su una sedia, in un corridoio, e lì tenuto per il resto della notte, senza mangiare e dormire e piantonato da due agenti, Ho chiesto più volte, come nel mio diritto, di poter fare una telefonata, ma mi è stata negata, dicendomi che tale diritto, in quella circostanza, non potevo esigerlo: “Guarda che non siamo in America!”, ha esclamato, con tono tronfio, un agente.

“No, siamo in Italia infatti” gli ho risposto con un pizzico di sarcasmo nella voce, e voi la telefonata me la dovete concedere. Di lì a poco, uno dei due giovani agenti che mi piantonavano, e con cui avevo anche scambiato qualche parola, si allontana e torna con una carta che mi consiglia di firmare, dicendomi che con essa io delegavo loro la possibilità di chiamare un legale o chi potesse chiamarlo. Mi sono rifiutato, adducendo che volevo chiamare personalmente, anche in loro presenza, o che fossero loro a chiamare in mia presenza. Ma queste possibilità mi sono state rifiutate e, dunque, la telefonata non l’ho fatta, pur continuando a protestare contro l’evidente violazione di un mio diritto.

Nel volgere di quelle due ore circa, tra l’alba e il sorgere completo del sole, devo confessare che ho sperato sinceramente che la luce portasse via quell’incubo in cui mi ero venuto a trovare. Del resto, anche sulle facce di alcuni agenti mi sembrava di leggere un certo imbarazzo per quella che, più passava il tempo e più appariva come una situazione surreale. Un incubo venato di grottesco, che però doveva ancora mostrarsi con la sua maschera più kafkiana. Ed infatti, intorno alle 08.30, un agente entrava nel corridoio e mi comunicava che stavamo per andare in tribunale per il processo. A questo punto, venivo ammanettato e portato in macchina tra due agenti. Neanche fossi Setola o Schiavone! Chiedo ancora di poter chiamare un avvocato o qualcuno che lo chiami per me, ma mi viene negata questa possibilità per l’ennesima volta.

Arriviamo in tribunale alle 09.00, vengo condotto nell’aula 416 e messo dietro le sbarre. Sono il primo, ma verrò processato solo verso le 12.15. Con me nel gabbiotto ci sono alcuni che avevano abbandonato gli arresti domiciliari, un tentativo di scippo, un possesso di droga e uno psicotico che aveva cercato di aggredire gli agenti di polizia. Quello che noto è che nessuno di loro sembra un vero criminale. Hanno facce segnate dal disagio, dalla povertà, dalla sofferenza, dalla solitudine. Figli di una Napoli e di una società che li ha emarginati e, in molti casi, condotti sulla via del crimine. Con alcuni di loro mi metto a parlare e stabilisco una certa empatia. Del resto, pur facendo le dovute differenze –e quando parlo di differenze lo dico a loro favore: io sono un privilegiato, mentre loro hanno sulla carne le ferite aperte dalla vita- siamo dietro a delle sbarre: noi da una parte, la società “sana” dall’altra.

Comunque, quando arriva il momento del processo, sono stremato, manco di lucidità, l’angoscia è alta e l’unico desiderio è di buttarmi alle spalle tutto. Sempre, ben inteso, che mi assolvano. Il giudice fa il mio nome e nomina il mio avvocato d’ufficio. Da questo momento in poi, commetto, proprio in virtù delle sensazioni prima descritte e di un’alterata emotività –ricordo che non dormivo da 24h e la notte era stata dura- gli errori più gravi. In primo luogo, non dico al giudice che la polizia municipale mi aveva negato il diritto di telefonare ad un avvocato. Poi, quando nonostante le rassicurazione dell’avvocato d’ufficio su di una mia immediata scarcerazione, considerata la fedina penale pulita e la natura certo non grave del reato contestatomi, il PM chiede sei mesi per resistenza, io decido di patteggiare, ascoltando l’ avvocato, il quale mi dice che, così facendo, la questione si sarebbe chiusa lì: pena sospesa e cancellazione del reato dal casellario giudiziario. Era tale la voglia di andarmene che ho accettato. E questi sono i fatti accaduti.

Vorrei però, a questo punto, fare alcune brevi considerazioni. Alla mancanza di lucidità valutativa della situazione, sono stato condotto dallo sconsiderato, coercitivo, disumano comportamento di una polizia municipale che, a Napoli, non è nuova ad imprese di questo genere. Una polizia municipale che, invece di regolare il traffico, di vigilare sulle ordinanze per i rifiuti, di contrastare i tanti abusi edilizi estivi e molto altro, preferisce giocare agli sceriffi. Una polizia municipale dedita a sgomberi di clandestini, a picchiare disoccupati e precari –chi non ricorda gli scontri con i Bros?- a smantellare i mercatini degli extracomunitari e, quando era ancora in carica l’ex comandante Sementa, a schiaffeggiare giornalisti. Una polizia municipale che, però va detto, rispecchia in pieno un clima da stato di polizia che, negli ultimi anni, e precisamente da Genova 2001 in poi, si è ampiamente diffuso in Italia. Le forze dell’ordine di questo paese troppo spesso pensano, solo perché indossano una divisa, di avere un potere amplissimo, quasi svincolato dalla legge -che proprio loro dovrebbero far rispettare- ed in virtù del quale possono permettersi di schiacciare la dignità ed i diritti di quei cittadini, al servizio dei quali dovrebbero essere. I casi Cucchi, Aldrovandi, Sandri, Giuliani sono un esempio e un monito.

Il problema è però, come sempre, politico. Le forze dell’ordine rispondono, infatti, alle istituzioni, non solo ai loro vertici, e certi comportamenti sono il sintomo di una politica e di una società che scivola sempre più verso destra, con l’ingiustizia sociale, il discrimine economico, il privilegio, il denaro a farla da padroni. Oramai, il potere politico è completamente subalterno al potere finanziario ed economico, al potere di quella borghesia capitalistica che sta modificando, nella sua stessa essenza, la società, specie quella occidentale, nella quale il virus dell’avidità dei mercati e del capitale, dilaga giorno dopo giorno. Le forze dell’ordine, troppo spesso, diventano così i gendarmi ed il braccio armato di quella borghesia, cui rispondono schierandosi contro la parte più debole del corpo sociale. Al sottoscritto, tutto sommato, è andata di lusso. Ecco perché ho deciso di raccontare i fatti.

Un’ultima annotazione. Chavez, quello che in occidente viene definito il dittatore venezuelano, ha mandato i corpi di polizia a scuola di diritti umani. E se facessimo altrettanto anche noi?

Vincenzo Morvillo (giornalista e pubblicista, responsabile cultura della Fds di Napoli)
fonte:
20.08.2012

Il New York Times ammette che virtualmente ogni maggiore agenzia di stampa lascia che le notizie siano censurate dagli ufficiali del governo.

 

 

Estratto, link all’articolo originale.

 

 

‘In uno degli articoli più scioccanti che il New York Times abbia mai fatto uscire, un reporter del New York Times ha ammesso apertamente che praticamente tutte le principali testate giornalistiche tradizionali permettono ai burocrati del governo e ai funzionari della campagna di censurare le loro storie. Ad esempio, quasi tutte le organizzazioni di notizie più importanti del paese hanno deciso di presentare praticamente tutte le citazioni di chiunque sia coinvolto nella campagna di Obama o di Romney ai controlli per “approvazione preventiva” prima che siano pubblicate.

 

 

Se i controllori della campagna di Obama non vogliono che una certa frase sia pubblicata, il popolo americano non la vedrà, e la stessa cosa vale per la campagna di Romney. L’obiettivo è quello di contenere le campagne e “i messaggi” il più possibile ed evitare gaffes a tutti i costi. Ma questo tipo di cose non sta solo accadendo con campagne politiche. Secondo il New York Times, “l’approvazione di articoli” è diventata “una pratica comune in tutta Washington”.

 

 

Versione italiana: Lo specchio del pensiero.

LA MILITARIZZAZIONE DEL TERRITORIO SCACCIA L'ECONOMIA CIVILE

Di comidad (del 09/08/2012 @ 01:39:27, in Commentario 2012, linkato 481 volte)
Credere che una fabbrica possa chiudere per i danni ambientali che provoca, è come credere che si possano fare guerre per motivi umanitari. E infatti c’è sempre chi è disposto a credere all’una ed all’altra cosa.
Nel caso della chiusura dell’Ilva di Taranto, c’è stato anche chi ha parlato di successo della “lobby ambientalista”, il che è altrettanto attendibile che parlare di una lobby dei clochard o di una lobby dei Rom. In realtà, neppure il declino del nucleare può essere attribuito al rischio ambientale in sé, ma è dovuto al fatto che ormai nessuna compagnia assicurativa è più disposta ad assumersi il rischio della copertura dei costi dei risarcimenti. [1]
Il lobbismo vero è invece indissociabile dal potere del denaro e delle complicità occulte, e nella vicenda dell’Ilva ha fatto la sua comparsa con la rivelazione delle relazioni tra il lobbista Archinà ed il ministro per l’Ambiente Clini. Il ministro si è trovato così immediatamente messo all’angolo. In effetti, in tutto ciò che riguarda l’industria in Italia, i governi sembrano ridotti al rango di spettatori o, ancora peggio, di tifosi. [2]
La recente decisione del Tribunale del Riesame di Taranto colloca la sorte dell’Ilva nel limbo dell’incertezza, con l’unico effetto sicuro di disperdere la resistenza operaia nel labirinto delle speranze e delle aspettative, come accadde a Bagnoli negli anni ’80. Nel frattempo potrebbero arrivare i fondi dell’Unione Europea per finanziare la delocalizzazione in Romania o in Polonia.
Il caso dell’Ilva di Taranto ha anche dimostrato che il gruppo sociale di riferimento per molti progressisti non è più la classe operaia, ma la magistratura. Sembrerebbe una materializzazione degli slogan della propaganda della destra, che individuano nei magistrati il nuovo partito leninista. Bisogna però, anche qui, distinguere la realtà dal fumo mediatico, ricordandosi che il potere della magistratura si trova di fronte ad un limite invalicabile, che è quello della extraterritorialità, giuridica o di fatto, delle basi NATO ed USA.
La Direzione Investigativa Antimafia ha accertato che dalla base aeronautica USNavy di Sigonella sono stati versati rifiuti radioattivi nelle discariche siciliane, con gravi effetti sulla salute delle popolazioni; ma ciò, ovviamente, non solo non ha comportato alcun provvedimento di chiusura della stessa base di Sigonella, ma non c’è stata neppure alcuna inchiesta delle Procure. Sui rifiuti tossici di Sigonella la magistratura non ha mosso un dito, ed anche i media hanno ignorato le notizie a riguardo. Anzi, l’edizione palermitana del quotidiano “La Repubblica” ha persino avuto l’improntitudine di infliggere ai suoi lettori un servizio fotografico sugli eroici marines di Sigonella intenti a ripulire i siti archeologici. Forse vogliono usare anche quelli come discariche. [3]
Che la crescente militarizzazione del Porto di Taranto conducesse ad un inesorabile restringimento degli spazi per le attività produttive e civili, costituiva un dato scontato, sperimentato in numerose altre occasioni. Ad esempio, in Sicilia la base militare aeronautica di Sigonella è diventata la capitale mondiale dei droni, gli aerei senza pilota.[4]
Le aggressioni della NATO alla Libia ed alla Siria hanno determinato un’intensificazione non soltanto di questi voli senza pilota, ma anche dei voli militari in genere, ovviamente senza nessuna preoccupazione per la sicurezza del territorio. Gli effetti sul traffico aereo civile sono stati disastrosi. L’aeroporto civile di Fontanarossa chiude in continuazione con i più vari pretesti ufficiali. L’aeroporto di Comiso, ufficialmente divenuto una struttura civile dal 2007, non riesce ancora ad avviare la sua attività, confermando i sospetti di chi riteneva che gli USA non sarebbero mai stati disposti a mollare davvero la loro base aereo-missilistica. I giganteschi investimenti in infrastrutture dell’aeroporto di Comiso rischiano quindi di essere riconvertiti ad uso militare. [5]
Le storie si somigliano. Il Molo Polisettoriale del Porto di Taranto è una struttura avveniristica, attuata con enormi finanziamenti pubblici, ufficialmente finalizzati allo sviluppo della Regione Puglia. Di fatto oggi l’insediamento militare della NATO nel Molo Polisettoriale ha già tolto ogni prospettiva alla sopravvivenza dell’acciaieria Ilva, e chissà a cos’altro ancora. [6]
Nel febbraio di quest’anno era anche arrivata la notizia dell’investimento di quattrocento milioni per effettuare dei dragaggi nel Porto di Taranto, il tutto condito dalle solite promesse di sviluppo commerciale dell’infrastruttura. Ma già nel 2005 si parlò di dragaggi, facendoli passare con motivazioni ecologiche, quando in realtà era stata la Marina Militare a sollecitarli per accertare l’esistenza della capienza utile ad ospitare i sommergibili nucleari americani. [7]
A questo punto anche la notizia che nel Porto di Napoli sia in atto un ammodernamento ed allargamento delle banchine, con i soliti fondi pubblici, non fa altro che ricordarci che già ora la maggioranza delle banchine è sotto il controllo della USNavy. Oggi le spese militari italiane non figurano neanche più a livello ufficiale, ma risultano come “finanziamenti allo sviluppo”. [8]
C’è anche a riguardo una propaganda che cerca di far credere che le basi militari portino “sviluppo” al territorio che le ospita. Sviluppo di discariche di rifiuti tossici, quello sicuramente; non per niente in Campania le discariche sono già considerate aree di interesse strategico nazionale e poste sotto disciplina militare.[9]
Porti ed aeroporti sono infrastrutture costose, giustificate con necessità civili; alla fine però, chissà come, è l’uso militare a prevalere, e l’utilizzatore finale è sempre a stelle e strisce. E, come ci ha spiegato l’avvocato Ghedini, l’utilizzatore finale non paga mai di tasca propria.

[1] http://www.rassegna.it/articoli/2011/05/11/74193/disastri-nucleari-le-assicurazioni-se-ne-lavano-le-mani
[2] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-04/caso-ilva-taranto-azienda-182610.shtml?uuid=AbZbWcJG
[3] http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2012/06/sicilia-bambini-che-muoiono-di.html#more
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/06/24/foto/i_militari_di_sigonella_in_campo_per_ripulire_i_siti_archeologici-37818021/1/
[4] http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2012/21-maggio-2012/sigonella-arriva-smart-defensela-nato-schiera-droni-antiterrorismo-201273206591.shtml
[5] http://www.agoravox.it/Aeroporto
[6] http://www.tarantoporto.com/logistica/polisett.htm
[7] http://tarantobuonasera.it/index.php?option=com_content&view=article&id=8903:accordo-per-i-dragaggi-subito-i-lavori&catid=36:giorno-e-notte&Itemid=1028
http://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/13856.html
[8] http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=212218&sez=NAPOLI
[9] http://www.altalex.com/index.php?idnot=41693

Forze inglesi a Damasco, non è Assad a massacrare i siriani

inglesi truppe-w300Stanno macellando la Siria, a cannonate: non i presunti “boia” del regime di Assad, ma i brutali miliziani armati dall’Occidente. «Sono loro che ci terrorizzano», dichiara un testimone in una drammatica intervista realizzata a Homs dalla prestigiosa giornalista indipendente Silvia Cattori: «Ci minacciano se solo mettiamo il naso fuori di casa, siamo noi a chiamare l’esercito in nostro aiuto». E la versione dei media, che propongono una rivolta popolare contro l’oppressione della dittatura? Un diluvio di menzogne, senza uno straccio di prova. Per questo, Russia e Cina hanno posto il veto all’Onu contro una risoluzione anti-Assad. Ma c’è di peggio: oltre alla “legione libica” proveniente da Bengasi, in Siria – contro l’esercito di Damasco – sarebbero in azione reparti scelti del Qatar e addirittura forze speciali inglesi.

 

«Truppe speciali di Londra – insieme a quelle dell’onnipresente Qatar – starebbero già combattendo ad Homs contro l’esercito siriano», scrive Marco Santopadre su “Contropiano”. A rendere noto ciò che tutti i più attenti analisti sapevano da mesi è stata l’8 febbraio la Cnn: «Gli Stati Uniti – scrive “NenaNews” – avevano parlato di invio di aiuti umanitari alla popolazione siriana e invece fanno sapere di “aver preso in esame” l’ipotesi di un intervento militare contro la Siria», escluso fino a ieri. Lo hanno detto a Barbara Starr, corrispondente della Cnn al Pentagono, due alti funzionari dell’amministrazione Obama, confermando l’irritazione della Casa Bianca nei confronti del veto opposto dalla Cina e dalla Russia la scorsa settimana alla risoluzione dell’Onu contro Damasco.

 

Washington in ogni caso non tiene in alcun conto l’esito dell’incontro dell’8 febbraio a Damasco tra il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov e Bashar Assad, al termine del quale il presidente siriano ha affermato che «coopererà con qualunque sforzo per risolvere la crisi». Lavrov, accolto a Damasco da decine di migliaia di siriani, ha affermato che è stato recepito «il segnale» mandato da Mosca di «andare avanti in modo più attivo su tutte le linee». Il presidente siriano, ha aggiunto il ministro degli esteri russo, si è impegnato ad aprire un dialogo con tutte le forze politiche in campo e a scrivere in tempi brevi una nuova Costituzione da approvare con un referendum popolare, oltre ad accettare un’estensione e un ampliamento della missione della delegazione di osservatori della Lega Araba.

 

Assicurazioni che però non scuotono le monarchie del Golfo, storiche avversarie di Damasco, che hanno espulso i rappresentanti diplomatici siriani mentre Italia, Francia, Spagna, Olanda, Germania e Tunisia hanno allontanato diplomatici siriani o richiamato i propri ambasciatori “per consultazioni”. Per contro, le cancellerie dell’Unione Europea continuano a ribadire che nessun tipo di intervento militare contro la Siria è in discussione, neanche sotto forma di una “No Fly Zone”: l’Unione Europea non ha nulla da guadagnare nella destabilizzazione violenta e incontrollata di una regione che potrebbe deflagrare se le pressioni militari indirette finora adottate dall’Occidente e dalle petromonarchie arabe dovessero trasformarsi in guerra aperta. Inoltre, aggiunge sempre “Contropiano”, dopo il veto di Russia e Cina all’Onu e l’impegno diretto del governo di Mosca nel tentativo di mediazione tra Assad e le opposizioni, un sostegno europeo alla guerra potrebbe incrinare rapporti economici e commerciali vitali.

 

Eppure, le notizie di un possibile intervento sul campo di truppe straniere si moltiplicano. Il “Sole 24 Ore” rivela che secondo “Debka File”, il sito web israeliano di intelligence, «unità delle forze speciali di Gran Bretagna e Qatar si sono infiltrate a Homs e, pur non partecipando direttamente ai combattimenti, stanno fornendo assistenza tecnica e militare ai ribelli». La notizia è accreditata da altri servizi occidentali, anche se in casi come questi è arduo individuare il confine tra informazione e disinformazione. «E’ molto difficile districarsi fra le notizie provenienti dalla Siria», scrive “Megachip” in una nota: «C’è un forte “fumo di guerra” che proviene dall’Impero, che va a grandi tappe verso la guerra contro Damasco, mobilitando da mesi enormi risorse sui media, da “Al-Jazeera” (a lungo in mano a un asset della Cia) fino a Facebook e ad altre reti, da saturare di propaganda e manipolazioni».

 

Lo schema proposto è quello classico dello scontro fra tiranno e dimostranti pacifici, mentre quella siriana è una partita «in cui si confrontano strategie militari complesse, con molte armi in mano a milizie spietate, spalleggiate da chi non vuole vedere spiragli di dialogo e vuole il “regime change” costi quel che costi: soffia non solo un vento di guerra, ma un vento di guerra totale». E’ il contesto ad avvalorare i peggiori sospetti, aggiunge Marco Santopadre: com’è noto, la Turchia ospita ai suoi confini il Free Syrian Army (l’Esercito Siriano Libero) e a Iskenderun, nella provincia di Hatay, l’antica Antiochia, si è insediato da diversi mesi un comando multinazionale ristretto composto da ufficiali americani, inglesi, francesi, canadesi e arabi degli Emirati, del Qatar e dell’Arabia Saudita. Inoltre la provincia di Hatay, nel sud della Turchia, ospita una consistente comunità di origine siriana, eredità dei tempi dell’Impero Ottomano, e costituisce il retroterra migliore per un possibile intervento contro Damasco. Infatti il leader turco Erdogan preme per una “conferenza internazionale sulla Siria” per contendere a Mosca l’egemonia sulla regione.

 

Il livello di pericolosità della situazione è confermato da un servizio di Guido Olimpio sul “Corriere della Sera” il 10 febbraio: la stampa di Bengasi, racconta Olimpio, ha celebrato la missione in Siria da parte della “legione libica”, forse 600 uomini inviati a Damasco per contribuire a destabilizzare il regime di Assad. «Non stupisce – scrive il “Corriere” – che la missione di sostegno alla rivolta sia coordinata dall’ex qaedista Abdelhakim Belhaj, figura di spicco della nuova Libia, e dal suo vice Mahdi Al Harati», noto come agente della Cia “nonostante” la sua militanza nell’organizzazione di Osama Bin Laden. Harati è in Siria dalla fine di dicembre, scrive Olimpio, citando la testimonianza del reporter francese con il quale l’ex dirigente di Al Qaeda si muove nei villaggi al confine con la Turchia.

 

Di nuovo, aggiunge il “Corriere”, i libici mostrano di essere ben preparati per la guerra: visori notturni, telefoni satellitari Thuraya e molti kalashnikov. Fonti arabe sostengono che i “volontari” hanno raggiunto la Siria attraverso Cipro, il Libano, la base di Iskenderun in Turchia e forse anche la Giordania. «Nuclei che avrebbero l’appoggio di piccoli gruppi di forze speciali del Qatar, saudite e occidentali, in particolare britanniche», scrive Olimpio. I due paesi arabi, oltre ai consiglieri, ci mettono anche i soldi: «Denaro con il quale verrebbe acquistato materiale trasferito con aerei cargo proprio a Iskenderun», dove sarebbe stato installato un “ufficio avanzato” gestito da 007 incaricati di assistere i gruppi di disertori siriani. «I movimenti di combattenti “stranieri” non sono sfuggiti all’occhio attento dei russi», annota il “Corriere”: l’ex Kgb ha uomini ovunque, nella realtà siriana, e il 10 febbraio Mosca ha espresso il proprio allarme.

 

Lo avevano inutilmente annunciato, da subito, diversi osservatori indipendenti: attenzione, non è stato il regime di Assad ad aprire il fuoco sui dimostranti. I primi a sparare sono stati misteriosi “miliziani”, forse sauditi, che hanno ucciso agenti di polizia. Solo allora le forze di sicurezza hanno cominciato a rispondere al fuoco, fino all’attuale caos, vicino alla guerra civile. Ormai da mesi è in campo direttamente l’esercito, ma non è l’unico a ricorrere all’artiglieria: i “ribelli” sparano sui soldati con lanciagranate e mortai. Drammatica la testimonianza raccolta a Homs da Silvia Cattori e ripresa da “Clarissa”: a parlare, sotto le cannonate che scuotono il quartiere dove l’11 gennaio è stato ucciso dai “ribelli” il giornalista francese Gilles Jacquier, è un uomo terrorizzato: «Hanno armi pesanti, distruggono, uccidono, feriscono. Stanno bombardando, proprio ora. Sono loro, i gruppi islamisti armati, che fanno esplodere i palazzi, che minacciano le persone, ovunque, non solo nel nostro quartiere. Gli abitanti chiamano l’esercito in aiuto».

 

Sono gli oppositori armati che assediano, rapiscono, uccidono e torturano i bambini di cui poi vediamo le foto su “Al Jazeera”, continua il testimone: «Attribuiscono i loro crimini all’armata siriana. Le distruzioni, i morti, i feriti… la responsabilità è degli oppositori armati». L’uomo racconta come tutto è cominciato: «Sono entrati nei quartieri, si sono installati con il terrore; tengono la popolazione sotto minaccia, li obbligano a collaborare se vogliono protezione, li obbligano a chiudere i loro negozi, le scuole». Neppure lui sfugge al regime di terrore: «Non posso andare a lavorare, fuori ci sono continui bombardamenti. Ci ammazzano non appena mettiamo la testa fuori; la casa del mio vicino è stata distrutta».

 

Eppure, ribatte Silvia Cattori, i giornalisti dei media tradizionali parlano di manifestazioni pacifiche, una rivoluzione che promette democrazia. «No, non ci sono manifestazioni pacifiche da parte loro», risponde l’uomo di Homs: «Tutte le manifestazioni sono violente, sono incitamento alla violenza». Il siriano ringrazia la Russia e la Cina per il veto posto all’Onu: «Se anche loro lasciassero fare quello che vogliono agli altri paesi, ciò che è accaduto in Libia arriverebbe anche qui, ma molto peggio». Il testimone conclude la sua drammatica deposizione con un appello: «Vorrei dire ai giornalisti e ai responsabili politici che con le loro menzogne e le loro parzialità a favore degli oppositori armati che ci terrorizzano, distruggono lo spirito e soprattutto l’anima dei nostri giovani».

fonte:

AHMADINEJAD: “Un attacco all’Iran porterà Israele alla distruzione”

18 agosto 2012 | Autore  | 

Fonte: Net1News

Teheran e il gruppo libanese Hezbollah sostenuto dall’Iran avvertono su una catastrofica ritorsione contro un eventuale attacco israeliano, minacciando di rendere il paese “un inferno”. Le dichiarazioni sono arrivate dopo notizie secondo le quali Israele sta preparando un attacco unilaterale contro l’Iran.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha detto che il suo partito aveva già fissato obiettivi in Israele e sarebbe in grado di colpire con un piccolo numero di razzi se Tel Aviv decide di attaccare per primo. “Se siamo costretti a usarli per proteggere il nostro popolo e il nostro paese, non esiteremo a farlo … e questo trasformerà la vita di centinaia di migliaia di sionisti in un inferno”, così Nasrallah ha avvertito in un discorso nel Quds Day, un evento annuale di solidarietà con i palestinesi sotto occupazione, utilizzando il nome arabo di Gerusalemme. Nasrallah ha anche avvertito che un attacco israeliano contro l’Iran porterebbe una “risposta enorme” della Repubblica islamica, dando “l’opportunità sempre sognata” dal 1979. I leader militari israeliani hanno segnalato che possono attaccare le fazioni militanti del gruppo libanese in un prossimo futuro, se gli attacchi con razzi contro obiettivi israeliani continuano. “Se arriveremo ad un’altra guerra, Israele colpirà Hezbollah in modo decisivo e rapido, più in fretta che possiamo, al fine di fermare il fuoco dal Libano”, ha detto lo scorso mese, il Generale Herzi Halevi, comandante della divisione nord delle Forze di Difesa israeliane, avvertendo anche che le città libanesi del sud, utilizzate da Hezbollah come rampe di lancio sarebbero state “distrutte”.

Le diatribe dei leader contro Israele non sono tanto diverse da un discorso tenuto dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad venerdì. “Il regime sionista e i Sionisti sono un tumore”, ha dichiarato in un discorso all’Università di Teheran. “Le nazioni della regione vorrebbero finire presto gli usurpatori sionisti nella terra palestinese”. Ha continuato dicendo che un “nuovo” Medio Oriente, libero dagli Stati Uniti e dall’influenza “sionista”, sarebbe costruito. La televisione di stato ha mostrato folle enormi raccolte per le manifestazioni a Teheran e in altre grandi città in occasione del Quds Day, istituito nel 1979 dal defunto fondatore della Repubblica islamica, l’ayatollah Ruhollah Khomeini. Le ultime diatribe arrivano in mezzo alle crescenti speculazioni secondo cui Israele ha in programma di effettuare un attacco unilaterale contro l’Iran, che si sospetta stia cercando di produrre armi nucleari. Mentre gli Stati Uniti condividono timori simili, Washington si è allontanato dalla sua solita adesione alla politica di Israele, e anziché invece di insistere con sanzioni per far pressione a Teheran, ha definito la forza militare l’ultima istanza. L’Iran ha sostenuto che il suo programma nucleare ha scopi pacificiun’affermazione condivisa dalla maggior parte degli esperti internazionali. Tuttavia, Teheran avverte che Israele rimpiaggerebbe un attacco militare contro l’Iran. “Se si commettono questo errore, la reazione della nostra nazione porterà alla fine del regime sionista”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Ramin Mehmanparast così come riferito dall’agenzia di stampa ISNA. Egli ha anche fatto notare che Israele sa di non avere la capacità di attaccare con successo l’Iran. Il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha condannato le dichiarazioni anti-israeliane fatte da Ahmadinejad.

“Il segretario generale è costernato dalle dichiarazioni minacciose sull’esistenza di Israele espresse nel corso degli ultimi due giorni dal Presidente della Repubblica islamica dell’Iran. Il segretario generale condanna queste affermazioni offensive e provocatorie”, ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite.

“Il segretario generale ritiene che tutti i leader della regione devono usare la loro voce in questo momento per abbassare, piuttosto che aumentare le tensioni. In conformità con la Carta delle Nazioni Unite, tutti i membri devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”. Nel frattempo, molti israeliani hanno promosso petizioni esortando i loro leader e militari a non colpire l’Iran. Tel Aviv ha dato tutti i segnali che un attacco preventivo contro i siti nucleari iraniani può essere imminente. I sistemi di messaggistica di emergenza sono stati testati in alcune città, e le vendite di maschere antigas sono aumentate. Il ministro della Difesa Ehud Barak ha recentemente discusso le possibili conseguenze di un attacco all’Iran con il nuovo Ambasciatore di Israele in Cina, Matan Vilnai. Anche se l’Iran e Israele non sono mai stati in guerra tra di loro, Israele ha cercato di liberarsi del Libano di Hezbollah senza successo con un attacco militare, nel 2006, che ha attirato una protesta internazionale per le accuse di crimini di guerra. Israele e il Libano sono in uno stato di guerra da allora, e i funzionari israeliani accusano Hezbollah dell’ attentato mortale nell’autobus in Bulgaria il mese scorso, che ha ucciso cinque turisti israeliani e l’autista dell’autobus locale.

fonte: